Atlante dei femminismi contemporanei

un ciclo di quattro incontri organizzato dal Comitato Scientifico di TOxD+ e nato dal desiderio di interrogarsi sul significato di una parola tanto usata quanto spesso semplificata

Gli incontri si sono tenuti tra maggio e giugno 2026 al Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino, e riprenderanno a ottobre!

A cura di: Anna Mastromarino e Stefania Doglioli

Atlante dei femminismi contemporanei è un percorso nato dall’esigenza di tornare a interrogarsi sul significato di una parola tanto usata quanto spesso semplificata: femminismo. In un tempo in cui il termine viene alternativamente celebrato, svuotato o trasformato in slogan, abbiamo scelto di dedicare quattro appuntamenti all’approfondimento storico, giuridico, politico e culturale delle molte forme che il pensiero femminista ha assunto nel tempo e nello spazio. 
L’obiettivo non era definire una volta per tutte cosa sia il femminismo, ma mostrare come esistano femminismi, al plurale.
Come ci insegnano studiose quali bell hooks, Nancy Fraser, Judith Butler, Silvia Federici o Kimberlé Crenshaw, il femminismo non costituisce un corpo teorico unico, bensì un insieme di pratiche, esperienze e riflessioni che dialogano con i diversi contesti storici, economici e culturali. Parlare di femminismi significa riconoscere che le disuguaglianze di genere non si manifestano mai isolate, ma si intrecciano con altre forme di discriminazione e di potere: classe sociale, razza, colonialismo, orientamento sessuale, disabilità, appartenenza religiosa e condizioni economiche.

Il primo incontro ci ha riportate alle radici del movimento italiano. Emma Schiavon ha ricostruito la genealogia del femminismo nel nostro Paese a partire dall’esperienza delle suffragiste, mostrando come la conquista dei diritti politici sia stata il risultato di una lunga mobilitazione collettiva. Ripercorrere questa storia ha significato anche ricordare che nessun diritto nasce spontaneamente: ogni conquista è frutto di organizzazione, conflitto e partecipazione. La prospettiva storica ha permesso inoltre di superare letture nostalgiche o catastrofiste, evidenziando la continuità tra le lotte del passato e le sfide del presente.

In foto: sala piena per il primo incontro Senza romanticismi né allarmismi. Una storia dei femminismi italiani (5 maggio 2026)

Il secondo appuntamento ha spostato l’attenzione sul rapporto tra diritto e trasformazione sociale. Mia Caielli e Silvia Marino hanno messo a confronto Europa e Stati Uniti per riflettere su come il diritto possa rappresentare tanto uno strumento di emancipazione quanto un terreno di conflitto. L’evoluzione del diritto antidiscriminatorio, le vicende legate all’interruzione volontaria della gravidanza, il contrasto alla violenza di genere e il ruolo delle corti costituzionali hanno mostrato come i diritti delle donne non siano mai definitivamente acquisiti. La recente regressione registrata in diversi ordinamenti, dal caso Dobbs negli Stati Uniti alle spinte restrittive presenti in alcuni Paesi europei, ricorda quanto la tutela dei diritti richieda una costante vigilanza democratica.

Il terzo incontro ha ampliato ulteriormente lo sguardo, dando spazio a esperienze ancora poco conosciute nel dibattito italiano. Attraverso i dialoghi con Sara Hejazi, Maria Chiara Giorda, Deniz Kivage, Marie Jeanne Balagizi e Maria Abbebù Viarengo sono emerse le molteplici forme assunte dai femminismi nei contesti mediorientali e africani. Le mobilitazioni delle donne iraniane, così come i percorsi di autodeterminazione sviluppati in diversi Paesi africani, hanno mostrato quanto sia limitante leggere i movimenti femministi esclusivamente attraverso categorie occidentali. Le riflessioni dell’antropologia e degli studi postcoloniali invitano infatti a riconoscere la pluralità dei saperi e delle pratiche di emancipazione, evitando il rischio di sovrapporre modelli universali a realtà profondamente differenti.

Il percorso si è concluso con uno sguardo rivolto all’America Latina attraverso le voci di Kena Kolaki ed Emilia Perassi, curatrici del volume Costellazioni femministe. Antologia di saggi e manifesti dall’America Latina (EditPress, Firenze 2025), in cui hanno presentato esperienze nelle quali il femminismo si intreccia con le rivendicazioni ecologiche, decoloniali e indigene. Dai movimenti di Ni Una Menos alle elaborazioni dell’ecofemminismo e del pensiero comunitario latinoamericano, è emerso come la critica alle disuguaglianze di genere si colleghi oggi alla denuncia delle molteplici forme di sfruttamento dei corpi, dei territori e delle risorse naturali. Le prospettive latinoamericane ricordano che la giustizia sociale, ambientale e di genere costituiscono dimensioni inseparabili di uno stesso progetto di trasformazione.

In un’epoca caratterizzata dalla polarizzazione del dibattito pubblico e dalla semplificazione dei temi complessi, fermarsi a riflettere insieme rappresenta già un gesto politico.

Un filo rosso ha attraversato tutti gli incontri: la consapevolezza che il femminismo non rappresenti soltanto una teoria, ma una pratica politica e culturale capace di leggere criticamente la società. I contributi delle studiose e delle attiviste intervenute hanno mostrato come il pensiero femminista continui a offrire strumenti fondamentali per comprendere fenomeni complessi quali le nuove disuguaglianze economiche, le trasformazioni del lavoro di cura, le migrazioni, la crisi climatica, la violenza di genere e le sfide poste dalle tecnologie emergenti.

L’ampia partecipazione del pubblico e la qualità del confronto hanno confermato quanto sia ancora forte il bisogno di spazi dedicati allo studio, all’ascolto e alla discussione.
Questo ciclo non pretendeva di esaurire la ricchezza dei femminismi contemporanei. Al contrario, ha voluto costruire una mappa, un primo atlante con cui orientarsi tra storie, esperienze e linguaggi differenti. Un atlante aperto, destinato ad arricchirsi attraverso nuove voci, nuove pratiche e nuove alleanze. Perché il femminismo continua a essere, oggi come ieri, un laboratorio di democrazia, uno spazio di produzione critica del sapere e una risorsa indispensabile per immaginare società più giuste, inclusive e capaci di riconoscere il valore delle differenze.

D’altra parte, esiste un fine alla divulgazione scientifica anche in tema di femminismo che va ben al di là del mero “imparare”. Ciò che resta fondamentale è la capacità di questi incontri di generare pensiero nuovo, come se le domande non fossero mai acquisite una volta per tutte, come se ogni intuizione ne aprisse un’altra.

Questo aspetto umano della conoscenza in pubblico vale anche naturalmente e forse ancor più in questo nostro percorso. La scoperta dei femminismi, dei modi di viverli, delle possibilità che offrono di rileggere la propria esperienza, non si esaurisce mai: dura una vita intera, e forse è proprio questo il suo dono.

C’è sempre un nuovo interrogativo che si affaccia, uno stimolo che sposta lo sguardo, la voglia di capire come il concetto di comunità trasformi l’approccio ai diritti in America Latina, o come si possa fare fronte ai venti di restaurazione guardando alle pratiche di altre donne, di altri movimenti, in altre parti del mondo. È questa vitalità inesauribile, questa capacità di non chiudersi mai in una risposta definitiva, che rende il femminismo un pensiero vivo. E che ci fa desiderare, già ora, il prossimo atlante.

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