Abitare per le donne

Ricerca partecipata sul supporto abitativo per le donne nell’ambito del Piano di Inclusione Sociale del Comune di Torino (Area 4).

Come funzionano per le donne i progetti di supporto all’emergenza abitativa dell’area 4 del Piano d’Inclusione Sociale (PIS) della Città di Torino? Quali sono le criticità specifiche e cosa si potrebbe fare meglio o diversamente?

Tra il 2025 e 2026, la Fondazione Torino Città per le Donne ha svolto la ricerca “Abitare per le donne”. 

Il progetto combina, in modo molto innovativo in Italia, i due ambiti interdisciplinari degli housing studies e gender studies, in aggiunta, su una politica in corso. Nello spirito del PIS del Comune di Torino, che si fonda sulla coprogettazione, lo studio è stato svolto prevalentemente attraverso il confronto con gli operatori che quotidianamente supportano le migliaia di persone e nuclei a Torino in situazioni di vulnerabilità e emergenza abitativa.
Lo studio adotta un approccio qualitativo, partecipativo e intersezionale, partendo dall’analisi della letteratura sul tema e poi attivando la comunità di pratica degli enti del terzo settore che operano in questo ambito, attraverso colloqui e workshop. La scelta è stata quella di produrre una riflessione situata e applicabile in tempo reale nell’ambito di una politica in corso e nella definizione del Piano dell’Abitare cittadino. Dalla ricerca emerge con forza un problema di “invisibilità femminile” nelle statistiche ufficiali (gender data gap), poiché i rilevamenti si basano spesso sul nucleo familiare.
Inoltre, non vengono intercettate forme sommerse di disagio abitativo, homelessness invisibile, in cui le donne non hanno più una situazione stabile ma sono ospitate di volta in volta in case di persone famigliari o conoscenti, magari anche esposte a violenza e sfruttamento per evitare di finire in strada, per paura di perdere i figli.

Emerge anche un nesso inscindibile tra precarietà abitativa e violenza di genere: l’assenza di un alloggio sicuro costituisce il principale ostacolo per sottrarsi a contesti abusanti. Le donne risultano colpite in modo sproporzionato dalla povertà abitativa a causa innanzitutto di fattori strutturali come il gender pay/pension gap. La debolezza e precarietà economica non consente loro di accedere ad affitti di mercato. Questo peso economico è evidente soprattutto per le madri single, le donne anziane sole con pensioni minime, le donne giovani in uscita da situazioni di accoglienza per minori e di forte disagio. In questi casi le spese di gestione della casa superano ampiamente la soglia di sostenibilità del 30-40% del reddito.
Il passaggio delle donne attraverso la fase assistenziale di supporto abitativo e di accompagnamento integrato del PIS le porta non solo “fuori” dalla situazione abitativa e sociale vissuta fino a quel momento, ma anche in un altro ambiente, “a contatto” con  gli operatori del terzo settore e dei servizi, accedendo a maggiori opportunità di formazione e inserimento lavorativo, di supporto psicologico, sanitario e altro.

Le aspettative nei loro confronti sono però molto alte: il processo dovrebbe garantire il passaggio ad un’autonomia abitativa, che significa anche lavorativa e personale, che in molti casi non hanno mai avuto, dipendendo dal partner e essendo discriminate da un modello patriarcale molto radicato nei contesti di riferimento e in tutta la società in genere. Molte donne, a questo punto, faticano a uscire da una cultura assistenzialista. Altre ritornano a situazioni famigliari non adeguate o abusanti. Al tempo stesso, dalla ricerca emerge che la crisi può anche essere un’enorme opportunità per supportare un processo di crescita personale, cambiamento e empowerment di queste donne, attraverso l’accoglienza in contesti sani, misti e responsabilizzanti, l’affiancamento di persone estremamente attente e competenti, il peer support di altre donne, il rafforzamento e sperimentazione concreta delle proprie capacità e competenze. Si tratta di valorizzare questa fase, garantendo un passaggio dolce e continuo a una vita migliore, in cui la casa diventa uno tra i vari elementi di autonomia, certezza e qualità.

Lo studio avanza alcune proposte di approcci d’intervento di policy o progetti, e per ulteriori approfondimenti di ricerca. L’analisi della vulnerabilità abitativa femminile evidenzia un fenomeno complesso e multidimensionale, articolato principalmente tra sfide economiche e fragilità non economiche. Sul piano economico, le difficoltà si dividono tra la gestione dei costi dell’alloggio e l’insufficienza del reddito disponibile. Tra le cause principali emergono la bassa occupabilità, spesso legata a scarsa scolarizzazione o barriere linguistiche per le donne migranti, e il peso sproporzionato dei carichi di cura familiari, che spinge verso lavori precari, part-time o sottopagati. A ciò si aggiungono le ridotte garanzie finanziarie, il divario pensionistico, il rischio di violenza economica e la dipendenza da un trasporto pubblico non sempre adeguato. Le criticità non economiche comprendono vissuti traumatici, isolamento sociale, fragilità della salute mentale e dipendenze, fattori che limitano l’accesso ai servizi e scontrano le persone con la rigida selezione del mercato immobiliare privato. In questo contesto, il problema dell’invisibilità abitativa precede l’emergenza vera e propria, poiché molte donne accettano soluzioni precarie pur di non finire in strada, mentre la fase successiva all’uscita dai percorsi assistiti presenta forti criticità nella gestione quotidiana e manutentiva della casa.

Per rispondere a queste sfide sono state individuate diverse linee d’azione. Tra le soluzioni abitative figurano l’estensione del social housing, i modelli di co-housing dedicati e le accoglienze temporanee, affiancati da strumenti di sostegno economico quali fondi di garanzia, fideiussioni pubbliche, canoni tutelati e microcredito fiduciario. Sul fronte dei servizi, risulta prioritaria l’integrazione tra Comune, ASL e Centri per l’impiego, insieme all’introduzione di figure di prossimità come i mentor di pari livello e l’attivazione di portinerie sociali.

Molte di queste istanze sono note nell’ambito delle politiche sociali. La novità risiede nell’adozione di un’ottica di genere sistematica, capace di trasformare il momento di crisi e accoglienza in un’opportunità di empowerment e maturazione dell’autonomia personale per le donne coinvolte.
In conclusione, la ricerca conferma che l’emergenza abitativa non colpisce in modo neutrale rispetto al genere, allineandosi alla letteratura internazionale sull’invisibilità e sulla marginalità cumulativa. L’analisi sollecita inoltre l’attenzione verso fasce finora in ombra, come le donne
anziane sole (o caregiver del partner) dotate di patrimonio immobiliare ma prive di liquidità per il sostentamento, o le persone che restano in contesti abusi per mancanza di alternative.

Da un punto di vista scientifico, oltre alla diffusione dei risultati di una ricerca indubbiamente innovativa, i passi futuri potrebbero prevedere condivisione un maggiore coinvolgimento diretto delle beneficiarie, la raccolta di dati disaggregati per genere ed età, l’avvio di indagini quantitative sull’intero territorio torinese e la sperimentazione delle azioni proposte, seguita da una valutazione, modellizzazione e applicazione su scala più ampia.

Progetto realizzato con il contributo di:

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